
Un filare d’impalcature svetta sul lato destro della piccola Via Ventura e fa già da cerniera attorno al dismesso deposito Hyundai e allo scheletro fatiscente della Tagliabue, ex fabbrica di macchinari industriali, poi ribattezzata Mirea. È il nuovo che avanza in zona Lambrate, definita ancora «periferia nordorientale», in realtà piccolo borgo che la città ha ormai avvolto e rinchiuso ad imbuto tra i binari dello scalo e la tangenziale Est. Alle spalle un paio di decenni di abbandono e la convivenza mesta dei suoi abitanti con quello scempio di fabbriche vuote e tristi muri pericolanti, specchio di un passato industriale falciato dal mutare dei tempi. Tutto parte dall’ex fabbrica di macchine del caffé Faema, rinata come «fabbrica di cultura», che ogni giorno coinvolge circa 500 persone tra editori, architetti, designer e artisti in un network d’intenti e progetti.

Il progetto di ristrutturazione dell’area industriale ex-Faema in Via Ventura riguarda un nucleo di capannoni e di edifici su una superficie complessiva di 20.000 mq. Avviato nel 2000, il progetto si prefiggeva di ridare vita a uno stabilimento obsoleto, trasformandolo in una parte di quartiere e restituendolo alla città. L’espressione architettonica sostiene un tessuto complesso per esperienze e funzioni. Lo spazio preesistente viene rispettato: i volumi della fabbrica vengono mantenuti nelle loro sagome, ma sezionandoli e sottraendone alcune parti si porta luce, aria e spazi verdi nei nuovi ambienti. Terrazzi, patii e cortili rendono possibile la nuova fruizione; luoghi industriali lontani dal costruire tradizionale diventano domestici.
Il designer Aldo Cibic ha rimodellato tre capannoni che ora ospitano la sede della casa editrice «Abitare»; sono stati i primi inquilini nell’anno 2002. Da allora l’habitat si è sviluppato come un grappolo d’uva. Mariano Pichler vi ha installato il suo studio-galleria, mentre ai piani superiori venivano rifiniti loft, in seguito assegnati a giornalisti e pubblicitari. Poi si è aggiunto lo studio dell’architetto Mutti e lo studio Albanese. Nel 2003 si muove alla volta dell’ex-Faema il gallerista Massimo De Carlo,che si aggiudica un intero capannone. L’anno dopo, nuovo inquilino: all’ultimo piano (sempre ad est) s’installa la Scuola Politecnica di Design, che da sola riversa oggi a Lambrate una media di duecento giovani, piercing in bocca e dizionario di italiano in tasca. Infine, ma non certo ultimo, s’intrufola nell’area una succursale del bookshop Triennale specializzata in grafica e design. Il complesso ospita ancora: abitazioni, attività commerciali e una location per eventi vari.
Volendo sperimentare e intanto conservare il tessuto preesistente, sono state naturalizzate alcune componenti industriali: il fibrocemento ondulato per i nuovi volumi sui tetti; il policarbonato per il volume luminoso della portineria, le serre e i corpi scala; le lastre sottili di ferro zincato per gli spazi tecnici; i pannelli di legno multistrato derullato per il rivestimento di facciata; le doppie lastre di u-glass per chiudere i corpi sezionati; le traversine ferroviarie, anch’esse dismesse e bonificate, utilizzate sui pavimenti come dissuasori.
